mercoledì 1 luglio 2026

Le operazioni di imbarco della 5^ Armata USA dal porto termitano e tre interessanti strutture individuate sull’area del Castello cittadino

Giornale del Mediterraneo, 1 luglio 2026

Ritorniamo con vero piacere sull’argomento trattato quattro anni fa, circa la struttura militare, verosimilmente adibita a “Punto di osservazione”, individuata sui resti di quello che fu un tempo, il Castello di Termini. A rendere più importante il tema già esposto è il ritrovamento di una nuova fotografia risalente alla Seconda Guerra Mondiale. Tale scatto fu realizzato nel porto di Termini Imerese, subito dopo l’occupazione della 45ª Divisione americana, avvenuta il 23 luglio 1943. 

L’immagine presa in esame, immortala, oltre alle operazioni d’imbarco di uomini e mezzi della fanteria USA, anche, tre conformazioni strutturali (visibili sullo sfondo, in alto a destra, oggi non più esistenti), collocate sull’area del Castello, e ancora, nella quota più bassa, si rileva il già conosciuto complesso militare (anch’esso demolito), situato su uno slargo del Belvedere (1)

La nostra particolare attenzione si focalizza sulle sagome strutturali degli edifici, ubicati quasi in cima al castello, di cui, oggi, rimangono solamente degli avanzi, questi ultimi, già visionati nel corso della nostra esplorazione in situ del 2022 (2). Inoltre, ancora una volta, sempre da fonte attendibile, veniamo a conoscenza che i militari di guardia alle istallazioni (3) situate sulla rocca del castello (in attività prima dell’occupazione americana nella cittadina imerese), alla fine del loro turno di guardia, dopo aver ricevuto il cambio, rientravano nel suddetto presidio logistico - abitativo dalle dimensioni ridotte che si elevava a dominio della città di Termini bassa, e dell’intero porto.

Altra chicca a corredo dell’articolo, è una bella istantanea che mostra la zona del litorale costiero nei pressi di Punta Garofalo, dove vengono immortalate le navi da sbarco Landing Ship Tank (LST). Nell’interessante contesto fotografico, vedesi anche i palloni di sbarramento e le ciminiere dello Stabilimento Zolfi Mormino (4). A commentare queste tre preziose foto abbiamo interpellato ancora una volta, il ricercatore storico militare Donaldo Di Cristofalo (5).

«Le foto del 1943 nel porto di Termini Imerese, si riferiscono ad operazioni di imbarco di uomini e mezzi di fanteria USA (5^ Armata). E’ verosimile che siano state scattate a ridosso dello sbarco a Salerno (Operazione Avalanche, 9 settembre 1943). A mio parere, per tutta una serie di particolari, si tratta di unità di rincalzo (ondate di sbarco successive alle prime). Si riconoscono mezzi da sbarco del tipo LCI ed LST, veicoli anfibi tipo DUKW, semicingolati Half-track, autocarri 3 assi GMC Jimmy, un pezzo da 105mm M101. In una delle foto, seduto e con occhiali da sole, un generale di divisione (Major General)».

Dopo il 23 luglio, le truppe statunitensi continuarono la loro avanzata lungo la costa settentrionale, muovendo verso la città di Messina, che fu occupata il giorno 17 agosto. Tuttavia, sin dall’11 agosto il Generale Hans Valentin Hube (1890 - 1944), inviato in Sicilia dal comando supremo tedesco e subentrato al Generale Alfredo Guzzoni (1877 - 1965), aveva dato disposizioni per l’evacuazione dell’Isola. In realtà Hube, allestì un’efficace ed agile difesa che permise attraverso l’Operazione Lehrgang, lo spostamento in Calabria delle unità italo-tedesche e i relativi rifornimenti, utilizzando ogni tipo di imbarcazione per attraversare lo Stretto di Messina. L’Operazione Husky, una delle più importanti operazioni anfibie per la conquista della Sicilia, si concluse pertanto con la resa di Messina il 17 agosto 1943, dopo 38 giorni di guerra.

Nell’area del Castello di Termini Imerese, l’unico intervento ristrutturativo, avvenne nel dopoguerra, e il risultato di questo processo di trasformazione è per come lo vediamo adesso.

Note:

(1) Giuseppe Longo 2012, La postazione militare del Belvedere, MadonieLive, 10 agosto.

(2) Relazione a cura del Geologo, già funzionario presso il Comune di Termini Imerese (PA).

«Salendo i molti gradini che dall'ingresso presso la gelateria Cicciuzzo conducono alla parte alta del “Castello”, a circa metà del percorso, è possibile osservare i resti di una costruzione, proprio a ridosso della scalinata, sul lato meridionale che guarda verso il S. Calogero. Si tratta di pochi resti di almeno due ambienti, una porzione di pavimento di pochi metri quadrati, i monconi di spessi muri in pietra e malta cementizia, ancora visibile una intonacatura e una coloritura sia del pavimento che delle pareti. Antonio Chiaramonte, classe 1947, attuale Presidente dell'Associazione Nazionale della Polizia di Stato (A.N.P.S.), sezione di Termini Imerese, ricorda di passeggiate con suo padre (Filippo Chiaramonte) al Belvedere, quando da piccolo (circa 7 anni di età) lo stesso gli faceva osservare la suddetta struttura, probabilmente a quell'epoca integra. 

La sistemazione dell'area, così come la vediamo oggi, risalente verosimilmente agli anni 60, comportò la demolizione di tale struttura, così come la sostanziale modifica di tutto il rilievo. Purtroppo non si hanno ad oggi immagini antecedenti ai lavori, in un contesto che vide anche una certa attività estrattiva della roccia carbonatica per la produzione di calce e la successiva urbanizzazione del quartiere. Ancora meno notizie si hanno sull'utilizzo militare del sito, fermo restando l'indubbio valore del fatto che tale “alto morfologico” consentisse un controllo visivo a 360 gradi del territorio circostante la città, compreso un tratto di mare con un orizzonte più lontano rispetto ai tratti di costa vicini. E' invece documentata da foto (inserire) l'esistenza di un edificio presso il Belvedere, ma anche qui non ne sono certe le funzioni militari.

In tale contesto Termini Imerese è sede di Comando di una unità di difesa costiera (136° Reggimento Territoriale Mobile - 207^ Divisione di Fanteria Costiera) coadiuvata, tra l’altro, da un treno armato (T.A. 152/1/T) dipendente dalla Regia Marina, nonché da 5 batterie contraerei (4 con pezzi da 90/53 ed 1 con mitragliere da 20mm) e da una piccola unità di mitragliatrici da postazione (519^ Cp. del 105° Btg). E' pertanto verosimile che la zona Belvedere - Castello fosse presidiata non foss'altro che per una basilare attività di avvistamento precoce di attività nemica, in particolare dal mare e dall'aria. Mentre dal mare non arrivarono mai azioni dirette verso la città ed il suo porto, dall'aria le cose andarono diversamente, con almeno 8 incursioni documentate, con mitragliamenti e bombardamenti aventi come obiettivi principali il porto e la stazione ferroviaria.

Le stesse incursioni su Palermo ebbero talvolta Termini Imerese coma zona di “ingresso” verso il capoluogo, come accadde il 9 maggio 1943, quando diverse centinaia di caccia e fortezze volanti si raggrupparono sul cielo termitano prima di dirigersi sulla città, provocando distruzioni e centinaia di morti e feriti. Si deve pertanto ritenere che i resti visibili sul Castello riconducano ad un utilizzo da parte di personale territoriale dell'Esercito per attività di osservazione dello spazio aeronavale, con possibilità di trasmissione telefonica e/o radiofonica ai comandi dipendenti. Non documentata l'eventuale presenza di apparati aerofonici, comunque di scarsa efficacia, e ancor meno di apparati radar, il cui modesto utilizzo sull'Isola era comunque appannaggio dei tedeschi. Si tenderebbe infine ad escludere la presenza di armamento antiaereo, troppo esposto alla reazione nemica, che avrebbe coinvolto le vicine abitazioni civili».

(3) Giuseppe Longo 2012, Una postazione contraerea in cima al Castello di Termini Imerese, MadonieLive, 18 agosto.

(4) Giuseppe Longo 2018, Luglio 1943, bombe su Termini Imerese, Cefalunews, 12 luglio.

(5) Donaldo Di Cristofalo, appassionato di storia militare e membro del “Comitato spontaneo per lo studio delle fortificazioni militari”.

Bibliografia e sitografia:

Giuseppe Longo 2018, Il ruolo storico ed “eroico” del Treno Armato di Termini Imerese durante la Seconda Guerra Mondiale (Luglio 1943), Cefalunews 27 dicembre.

Giuseppe Longo 2022, Una postazione militare sul Castello di Termini Imerese durante la Seconda Guerra Mondiale, Cefalunews, 8 Gennaio.

Giuseppe Longo 2022, Le corazzate ferroviarie della Regia Marina nel territorio metropolitano e il Treno Armato di Termini Imerese T.A. 152/1/T, Cefalunews, 15 giugno.

Giuseppe Longo, Le postazioni militari costiere siciliane ne quadro delle operazioni belliche del secondo conflitto mondiale. In Pagine sul secondo conflitto mondiale in Sicilia e nel distretto di Termini Imerese, IstitutoSicilianoStudiPoliticiedEconomici (I.S.S.P.E.), Palermo, 2022. Seconda edizione riveduta e ampliata.

Giuseppe Longo 2023, Nuove immagini del Treno Armato antinave di Termini Imerese (T.A. IV 152/1/T), Cefalunews, 9 febbraio.

Giuseppe Longo 2026, Il T.A. IV 152/2/T di Carini, identico al T.A. IV 152/1/T di Termini Imerese, Giornale del Mediterraneo, 14 marzo.

https://treniarmati.blogspot.com/

Foto di copertina:

Operazioni di imbarco di uomini e mezzi di fanteria USA (5^ Armata) dal Porto di Termini Imerese.

Foto a corredo dell'articolo:

Operazioni di imbarco di uomini e mezzi di fanteria USA (5^ Armata) dal Porto di Termini Imerese.

Slargo del Belvedere. Presidio logistico - abitativo, oggi non più esistente.

Struttura militare sul Castello di Termini Imerese, oggi non più esistente.

Giuseppe Longo

www.gdmed.it

martedì 30 giugno 2026

Il terremoto calabro siculo del 1908 e i soccorsi della Regia Marina nel porto di Messina

Giornale del Mediterraneo, 30 giugno 2026 

Nelle prime ore mattutine del 28 dicembre 1908, le province di Reggio Calabria e Messina furono colpite da una terrificante scossa tellurica a cui segui subito dopo, una devastante onda di maremoto che si abbatté in entrambe le coste dello Stretto (1). Il sisma, distrusse quasi del tutto le città di Messina e Reggio Calabria, causando un gran numero di vittime. 

I primi immediati soccorsi, nonostante le immense difficoltà, furono portati dalla nostra Marina militare. In realtà, il giorno precedente, nel porto di Messina, oltre al naviglio mercantile e ai piroscafi di diverse nazionalità, si trovavano ormeggiate, l’ariete torpediniere Piemonte, mentre alla fonda erano ancorati le torpediniere d’alto mare, Arpia, Astore, Saffo, Sagittario, Scorpione, Serpente, Spica, la nave cisterna Velino e sei torpediniere da costa.

Pertanto, in quel tragico lunedì, le prime unità che portarono soccorso ai superstiti di Messina, furono le navi italiane della Regia Marina. Anche una squadra navale russa, ancorata al largo di Augusta, si diresse con rapidità verso Messina. In ugual modo, pure diverse navi militari di altri Stati raggiunsero prontamente le sponde dello Stretto. Al fine di rendere più organici le operazioni di soccorso, furono concentrati a Palmi gli aiuti per la Calabria, mentre a Palermo quelli per la Sicilia. 

I soccorsi furono fatti convergere a Reggio Calabria da Napoli, mediante le navi Tebe e Umberto I, e da Palermo, attraverso le navi, Regina Margherita e Stura. Vennero impiegati anche i Treni Ospedale. Il T.O. n. XIII partì da Roma, evacuando molti feriti dalla zona di Reggio Calabria e circondario, mentre da Palermo partì un secondo T.O. alla volta della disastrata Messina. Fu attivato nello stesso tempo, il piroscafo Taormina che accolse e trasportò altri feriti verso gli ospedali di Napoli e Livorno. Inoltre, per dare accoglienza ai feriti del terremoto calabro-siculo, furono resi operanti, fuori dalle zone terremotate, gli ospedali territoriali e di emergenza di Napoli e Roma. Abbiamo chiesto allo storico navale Virginio Trucco (2) di parlarci del terremoto della Calabria meridionale - Messina, uno dei più forti terremoti della storia sismica italiana, avvenuto nel dicembre di 118 anni fa, e che vide la Regia Marina coinvolta in un'operazione di soccorso senza precedenti.

La Regia Marina e i soccorsi ai terremotati Messinesi

«Il 28 dicembre del  2025, su alcune pagine Facebook, è stato pubblicato un articolo in ricordo del terremoto e il successivo maremoto che colpì Messina e Reggio Calabria. Si parlava dei soccorsi portati dai marinai russi. Mi permisi di commentare che i primi soccorsi furono portati dai marinai della Regia Marina imbarcati sulle navi in porto a Messina. È stato un putiferio, qualcuno mi ha persino chiesto le fonti di queste mia dichiarazione. Ho cosi deciso di scrivere queste righe per cercare di chiarire l’opera di soccorso dei nostri ufficiali, sottufficiali e marinai, presenti a Messina il giorno del terremoto. Soccorsi, ai quali la Regia Marina in rispetto del suo soprannome di Silenziosa (perché abituata a compiere le missioni affidategli senza clamore e senza vanto) non ha mai dato il giusto rilievo. Logicamente senza nulla togliere ai marinai russi, inglesi, spagnoli, tedeschi, americani e tutti quelli che portarono aiuto ai sopravvissuti al disastro.

Il giorno 27 dicembre 1908 erano presenti a Messina le seguenti navi della Regia Marina. In banchina l’ariete torpediniere Piemonte, il cui comandante, il capitano di corvetta Francesco Passino scese a terra per pernottare con la famiglia e rimase vittima del sisma, alla fonda le torpediniere d’alto mare Spica, Saffo, Serpente, Scorpione e Sagittario. Le torpediniere da costa 90S, 106S, 131S, 138S, 140S e 151S. E la nave cisterna Velino.

Il 28 dicembre alle ore 05.21, un violento terremoto colpì le coste siciliane e calabresi, soprattutto le città di Messina e Regio Calabria. I sismografi dell’osservatorio di Firenze registrano l’evento, ma l’ampiezza dei tracciati non entrarono nei cilindri di registrazione in quanto superarono i 40 cm. Dall’osservatorio fu lanciato l’allarme che da qualche parte era successo qualcosa di molto grave.


Il sisma colpì soprattutto la città di Messina con il crollo del 90% degli edifici, la rottura delle condutture di acqua e gas, l’interruzione delle linee telegrafiche, strade e ferrovie. Alla distruzione del terremoto poco dopo si aggiunsero le onde di un maremoto.

Al termine degli eventi catastrofici, i marinai delle unità militari italiane, furono fatti sbarcare, divisi in drappelli e inviati fra le rovine per soccorrere la popolazione e mandare i superstiti in prossimità del porto. Dei vertici militari, gli unici superstiti sono il maggiore Graziani, capo di stato maggiore della 24^ divisione di stanza a Messina e il capitano di corvetta Arturo Cerbino, ufficiale della base navale. I due ufficiali, resosi conto della gravità della situazione decidono di inviare due unità militari per inoltrare telegrammi alle autorità centrali per avvisare del disastro occorso. Vengono inviate le torpediniere Serpente e Spica, che dopo aver riparato lievi avarie provocate dal maremoto ed essersi districate fra i rottami che hanno invaso il porto, escono in mare, il Serpente dirige su Reggio Calabria non sapendo che anche quella città era stata colpita dal sisma, dirige allora sull’isola di Stromboli, ma il cavo telegrafico risulta tranciato, dirige allora su Milazzo e solo alle 18.00 riesce ad informare il presidio di Catania.

Lo Spica nel pomeriggio trova operativo il telegrafo di Marina di Nicotera ed invia il messaggio alle autorità centrali. Nel mentre a Messina, viene rintracciato il prefetto dottor Trinchieri, che affida il comando delle operazioni, per anzianità di grado, al maggiore Graziani. Il prefetto con i due ufficiali, decidono di stabilire il comando delle operazioni a bordo del Piemonte.

Il comandante Cerbino, riesce a noleggiare i piroscafi Washington, Scrivia e Montebello, che si trovano in porto, da utilizzare per trasportare i feriti in altre città. Nella tarda mattinata viene rintracciato il colonnello De Cosa, capo della direzione d’artiglieria, che avallato l’operato dei due ufficiali assume il comando delle operazioni. La torpediniera Saffo viene inviata a trasmettere un messaggio al comando regionale dei Carabinieri di Palermo, messaggio che viene trasmesso dal telegrafo di Porto Santa Venere. Allo scendere della notte la situazione si aggrava, il buio è illuminato dagli incendi, la zona del porto e parte della città vengono illuminati dai proiettori delle unità navali, mentre drappelli di marinai armati percorrono le rovine per prevenire atti di sciacallaggio. Ai superstiti vengono forniti i primi aiuti, tramite i viveri delle unità militari e l’acqua della cisterna Velino, rigidamente razionata.

Nel pomeriggio le autorità di Governo, informate dal messaggio dello Spica, si attivano. Il Presidente del Consiglio Giovanni Giolitti convoca il Consiglio dei Ministri e vengono presi i primi provvedimenti. Il Ministro della Marina ordina alla Divisione Volante, composta dalle navi da battaglia Regina Elena, Regina Margherita, Vittorio Emanuele e Napoli che si trova in navigazione nelle acque della Sardegna di dirigere a tutta forza su Messina, salvo, poi, dirottare il Vittorio Emanuele su Napoli, per imbarcare il Re e la Regina, partiti da Roma. Richiede al contrammiraglio Vladimir Ivanovich Litvinov che si trova alla fonda nella rada di Augusta al comando del gruppo speciale della flotta del baltico, in crociera addestrativa, e composta dalle corazzate Slava, Tzésarévitch, dagli incrociatori Admiral Makaroff e Bogatir di portare soccorso alla città distrutta.

La stessa richiesta viene inoltrata al comando dell’incrociatore inglese Sutley che si trova a Siracusa assieme alla Torpediniera Boxer. L’ammiraglio Litvinov, senza attendere l’autorizzazione da San Pietroburgo, si preparò a salpare per portare aiuto alla città, appena pronte le unità salparono, tranne l’incrociatore Bogatyr che ricevette l’ordine di caricare il massimo dei rifornimenti e poi seguire la squadra. Le navi inglesi, ottenuto il consenso dal comando di Malta si dirigono anch’esse su Messina. La mattina del 29 la squadra russa e quella inglese giungono a Messina quasi contemporaneamente, le due navi inglesi su richiesta italiana verranno inviate a Reggio Calabria. Dalle navi russe sbarcano drappelli di marinai e mentre alcuni si unirono agli italiani nella ricerca di superstiti, altri iniziarono a rimuovere le macerie dalle banchine del porto, dove fu installato un posto di pronto soccorso.

Il pomeriggio del giorno 28 a Catania arrivarono i tre piroscafi noleggiati, che assieme ai feriti portò la notizia dell’accaduto. Le truppe di stanza nella città non vengono subito inviate a Messina, sia perché non si è a conoscenza dello stato della ferrovia, sia perché non si hanno ordini in merito. Verificate le condizioni della ferrovia, con un treno speciale viene inviato un reggimento di fanteria che arriva a Messina alle 9.30 del 29, nel pomeriggio giunge da Palermo in piroscafo un battaglione di Bersaglieri, nella tarda mattinata del 29 giunse anche la squadra volante e nel pomeriggio l’incrociatore Coatit, con a bordo il ministro dei lavori pubblici Piero Bertolini.

La prima riunione ad alto livello si tiene alle 02.00 del 30 a bordo del Regina Elena. Non avendo ancora una chiara visione dell’accaduto, si decide di dividere la città in settori con a capo un responsabile che con gli uomini messi a disposizione provveda ad inviare i superstiti verso il porto, raccogliere i feriti, ricercare persone sepolte e recuperare i cadaveri.

Intanto raggiunte dalla notizia, molte nazioni inviano le loro navi presenti nel Mediterraneo in soccorso delle città colpite. La Francia invia le navi da battaglia Justice e Vèritè, l’incrociatore Torpediniere Dunois e i cacciatorpediniere Carquois e Fanfare. La Germania inviò la nave da battaglia Ersatz Freya, gli incrociatori protetti Victoria Louse, Hertha, Vineta e Hansa. La Gran Bretagna, oltre alle due sopracitate, le navi da battaglia Duncan, Exmouth, gli incrociatori Euryalus, Lancaster e gli incrociatori leggeri Minerva e Philomel. Il Portogallo la nave da difesa costiera Vasco de Gama. La Russia oltre a quelle già citate le cannoniere Guilak e Korietz.

La Spagna gli incrociatori Cataluña e Princesa de Asturias. Gli Stati Uniti, inviarono la squadra impegnata nella circumnavigazione del globo ed appena entrata in Mediterraneo attraverso Suez, formata dalle corazzate Connecticut e Illinois e la nave rifornitrice Culgoa. Inoltre la Regia Marina inviò oltre alle navi già presenti a Messina e quelle della Squadra Volante, le seguenti unità: Corazzate Re Umberto e Sicilia, incrociatore Coatit e Minerva, ariete torpediniere Lombardia, cacciatorpediniere Granatiere e Lanciere, torpediniere d’alto mare Olimpia e Orfeo, nave da trasporto Volta e i rimorchiatori d’alto mare Atlante e Ercole. Tutte le navi raggiunsero Messina dopo aver imbarcato ingenti quantità di viveri e altri generi di conforto. Mentre le navi maggiori furono utilizzate per trasportare i feriti e sfollati verso le diverse destinazioni assegnate, trasportando nel viaggio di ritorno viveri e materiali, le unità minori furono utilizzate, dato il loro minor pescaggio, per portare soccorso ai piccoli centri della costa, colpiti dalla calamità».

Note:

(1) Le navi russe che prestarono soccorso al terremoto di Messina: “Mi trovavo sul ferry-boat che collega Messina e Reggio. Erano le 5 e 20 del mattino. All'improvviso risuonò un forte boato, il livello del mare si abbassò, l'acqua si ritirò, tanto che il vascello toccò il fondo, dopodiché fu sollevato in alto a più di otto metri sopra il livello normale. Vidi dal ferry-boat come l'acqua irrompeva e allagava la stazione, i magazzini, il forte della Cittadella, dove si trovava la brigata d'artiglieria, nella quale, come seppi dopo, morirono quasi tutti i soldati che vi si trovavano. Sulla città si sollevò una densa nebbia, come non si era mai vista, impenetrabile anche alle luci dei riflettori. Appena albeggiò corsi a riva, ma riuscii a muovermi con grande difficoltà: dappertutto vi erano macerie. Non incontrai quasi nessuno. Cercai, con alcuni soldati-artiglieri sopravvissuti che mi erano venuti incontro quasi nudi, scalzi e tremanti per il freddo, di darmi da fare per dar soccorso sotto le macerie, ma ci riuscì di tirar fuori solo due uomini, in quanto intorno a noi crollava ogni cosa, e la polvere dei calcinacci e il fumo degli incendi impediva di respirare”. Questo un brano del racconto del farmacista Fulco, rimasto famoso e tante volte ripreso nelle ricostruzioni della tragedia di quel mattino del 28 dicembre 1908, nello Stretto di Messina. Come evidenziato dal quotidiano di Roma LA RAGIONE del 31.12.1908, che pubblicò il primo articolo sulla notizia del terremoto, dalla narrazione dello scampato farmacista Fulco risulta il ruolo preminente dei marinai della squadra russa sbarcati a Messina, arrecando soccorsi, dando pane e altri viveri. Il ricordo dell’immediato aiuto portato dalla Flotta del Baltico, di stanza in quel periodo ad Augusta per delle esercitazioni nel Mediterraneo, è ancora oggi particolarmente sentito nella città dello Stretto. L’ammiraglio Livitinov decise di convergere su Messina senza attendere speciali autorizzazioni da parte dei comandi supremi russi e fu determinante soprattutto nelle prime ore, quando gli aiuti istituzionali ancora tardavano, poiché consentì di dare soccorso alla popolazione e a numerosi feriti, trasferiti poi a Napoli. Pubblichiamo qui delle immagini delle navi russe che giunsero a Messina in quell’occasione. Sono le due corazzate SLAVA e TSESAREVICH e i due incrociatori BOGATYR e AMMIRAGLIO MAKAROV. Si riferiscono agli anni a cavallo del 1908. Di particolare interesse sono due scatti della corazzata SLAVA presi in Italia. Dallo sfondo (il caratteristico skyline della collina del Vomero con il Castel Sant'Elmo in sommità) e dai dettagli (suonatori su delle barche e striscioni di benvenuto), riteniamo possa trattarsi del porto di Napoli all’arrivo delle navi russe da Messina, cariche di superstiti diretti ai centri di raccolta della città partenopea. Le foto, per lo più inedite, provengono prevalentemente dalla collezione di Vitaliy Kostrichenko (Sevastopol), che ne ha gentilmente concesso la pubblicazione, su cortese interessamento di Andrey Goncharov, ufficiale di marina mercantile ucraino e studioso del settore” (da Regione Siciliana - Assessorato Regionale dei Beni Culturali e dell'Identità siciliana - Dipartimento dei Beni Culturali e dell'Identità siciliana - Soprintendenza del Mare).

(2) Virginio Trucco è nato a Roma, ha frequentato l’Istituto Tecnico Nautico “Marcantonio Colonna”, conseguendo il Diploma di Aspirante al comando di navi della Marina Mercantile. Nel 1979,frequenta il corso AUC (Allievo Ufficiale di Complemento) presso l’Accademia Navale di Livorno, prestando servizio come Ufficiale dal 1979 al 1981. Già dipendente di Trenitalia S.p.A. lo storico navale Virginio Trucco è membro dell’Associazione Culturale BETASOM (www.betasom.it).

Bibliografia consultata da Virginio Trucco:

Stèphan Jules Buchet e Franco Poggi, L’opera di soccorso a Messina da parte delle Marine Militari dopo il terremoto del 28 dicembre 1908. Bollettino d’archivio dell’USMM, dicembre 2008.

Sergio Cavacece, Antonio Cimmino, Claudio Confessore, Pancrazio “Ezio” Vinciguerra e Mario Veronesi, 28.12.1908, il terremoto di Messina, La voce del marinaio, 28 dicembre 2023. www.lavocedelmarinaio.com

Bibliografia e sitografia:

Giulia Vianello, Messina 1908: terremoto e ricostruzione, Università Ca’ Foscari, Venezia, Corso di Laurea magistrale in Storia dal Medioevo all'Età Contemporanea, Relatore Ch.mo prof. Alessandro Gallo. Anno Accademico 2013/2014, 161 p.

Andrea Pettini, Cherubino Caponera, 1908 -  Il terremoto calabro - siculo.

www.difesa.it

Foto di copertina: Messine - Tremblement de terre de 1908. Photographié par Luca Comerio (1878-1940).

Foto a corredo dell’articolo:

Ariete torpediniere Piemonte, da Web.

Torpediniere d’alto mare Spica, tratta dal sito la Voce del Marinaio.

Torpediniera costiera tipo S, tratta dal sito Navi e Armatori.

Contrammiraglio Vladimir Ivanovich Litvinov.

Corazzata russa Slava, da Web.


Giuseppe Longo

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mercoledì 22 gennaio 2025

110 anni fa l’intervento dell’Italia nel primo conflitto mondiale e il contributo della Regia Guardia di Finanza

Giornale del Mediterraneo, 22 gennaio 2025

Il 24 maggio 1915, l’Italia, abbandonata la Triplice Alleanza, interviene nella Prima Guerra Mondiale, schierandosi a fianco degli eserciti dell’Intesa. In virtù del “Progetto di ordinamento di guerra della Regia guardia di finanza” che fu emanato nel luglio del 1912, anche questo “Corpo specializzato”, che lo scorso 5 ottobre (1) ha festeggiato i 250 anni dalla sua fondazione (1774 - 2024), prese parte al conflitto. In realtà, il “Corpo delle guardie di finanza”, titolo assunto con l’emanazione della legge 8 aprile 1881, n. 149, compartecipò alla “Grande Guerra” con un contingente di 12.000 effettivi, pari al 40% dell’organico complessivo del Corpo al termine dei richiami delle classi in congedo (32.000 unità) (2)In ciò fornendo, un significativo contributo in termini operativi, distinguendosi in numerosi fatti d'arme sia in Italia che nei territori d’oltremare.

Lo scorso 2024, in Europa, si sono avviate le celebrazioni per i 110 anni dall’inizio della Prima guerra mondiale. In Italia il medesimo evento viene rievocato nell’anno in corso tenuto conto che la sua entrata in guerra a fianco delle potenze di Francia, Regno Unito, e Russia risale al 1915. Per l’occasione, abbiamo chiesto al ricercatore storico Michele Nigro (3), di parlarci delle origini e dell’intervento della Regia Guardia di Finanza nel cennato conflitto.

LA GUARDIA DI FINANZA - LE ORIGINI

«Per definizione lo Stato è un ente territoriale sovrano i cui elementi costitutivi sono il popolo, il territorio e il governo. Il territorio è il luogo all'interno del quale lo stato esercita il proprio potere e il passaggio di merci attraverso i propri confini è, da sempre, motivo di controllo e/o imposizione fiscale.

Per tale ragione e per garantire l’inviolabilità delle frontiere, ogni governo colloca in tali luoghi speciali milizie armate a tutela sia degli interessi militari, sia di quelli erariali.

Verso la fine del 1700 i traffici commerciali subirono un notevole incremento, grazie ad un lungo periodo di pace e di sviluppo economico. Gli stati all’epoca presenti nella penisola potenziarono e riordinarono, pertanto, le truppe a presidio dei confini.

Si riconducono a tale momento le origini della Guardia di Finanza quando, il 1° ottobre 1774, per volere del Re di Sardegna Vittorio Amedeo III di Savoia, è costituita la "Legione Truppe Leggere". E' il primo esempio in Italia di un corpo speciale istituito e ordinato per il servizio di vigilanza finanziaria dei confini, e per la difesa militare delle frontiere. Nel tempo il Corpo cambiò denominazione in “Legione Reale Piemontese” e “Legione Reale Leggera”, mantenendo inalterati i compiti e le  peculiarità.

Dopo la caduta di Napoleone, con il Congresso di Vienna (1815), gli Stati europei furono riportati alle condizioni politico/territoriali del 1789. In Italia erano presenti i seguenti stati con le relative forze doganali: Regno Lomdardo-Veneto (Imperial Regia Guardia di Finanza); Ducato di Parma e Piacenza (Guardia Reale di Finanza); Ducato di Modena (Guardia Reale di Finanza); Granducato di Toscana (Real Guardia di Finanza); Stato Pontificio (Guardia di Finanza Pontificia); Regno delle due Sicilie (Guardie dei Dazj Indiretti) e Regno di Piemonte (Corpo dei Preposti delle Regie Dogane Piemontesi).

Molti dei Finanzieri degli Stati preunitari parteciparono attivamente ai moti risorgimentali distinguendosi in varie azioni per coraggio e valore. Un battaglione della Guardia di Finanza Pontificia era a fianco di Garibaldi nel 1848/49 con gli insorti della neo Repubblica Romana nella difesa della città attaccata dalle truppe francesi.

Alcuni Doganieri parteciparono alla spedizione dei Mille ancorché l’accordo di Garibaldi con il governo piemontese escludesse tassativamente l’arruolamento di militari appartenenti a corpi dell’esercito regolare. Ricordiamo anche la colonna del Colonnello Callimaco Zambianchi, costituita da circa sessanta uomini, che sbarcati a Talamone nei pressi di Orbetello (Grosseto), doveva creare un diversivo per agevolare il successivo sbarco di Garibaldi a Marsala.

Compiuta l'unificazione, il Regno d’Italia si ritrovò con circa 15.000 uomini da riorganizzare e distribuire sul territorio. Nel 1862 venne, pertanto, istituito il "Corpo delle Guardie Doganali" posto, in tempo di pace, alle dipendenze del ministro delle finanze e, in tempo di guerra, del ministro della guerra e di quello della marina. Per determinati reati i doganieri erano sottoposti al codice penale militare e al regolamento di disciplina dell’esercito. A essi era affidato il compito primario della “vigilanza doganale” e quello eventuale di “concorso”, in tempo di guerra, alla difesa dello Stato. Il Corpo operava alle dipendenze della Direzione Generale delle Gabelle.

Nel 1866 (III Guerra d’Indipendenza) oltre 1500 finanzieri transitarono nei reparti regolari dell’Esercito e dell’Armata Navale o accorsero come volontari al seguito di Garibaldi mentre i reparti del Corpo dislocati al confine con l’Austria furono impegnati in Valtellina, nello Stelvio e sulle alture nel Tonale. Nel 1867 combatterono con Garibaldi nello sfortunato tentativo di giungere alla liberazione di Roma. Liberati il Lazio e il Veneto, con la presa di Roma del 20 settembre 1870 e la fine del potere temporale del Pontefice, l’unità d’Italia era conclusa.


Con la Legge 8 aprile 1881, n. 149, il Corpo delle guardie doganali assume "titolo a uffizio" di "Corpo della Guardia di Finanza" con la funzione di impedire, reprimere e denunciare il contrabbando e qualsiasi contravvenzione e trasgressione alle leggi e ai regolamenti di finanza, di tutelare gli uffici esecutivi dell'amministrazione finanziaria come pure di concorrere alla difesa dell'ordine e della sicurezza pubblica”.

Dal 1892 il Corpo assume la denominazione di “Corpo della Regia guardia di finanza”, venendo inserito tra le "forze militari di guerra dello Stato" con il compito, in caso di mobilitazione, di formare battaglioni e compagnie per partecipare alle operazioni.

Nel 1906 la struttura dell’unità è modificata e posta alle dirette dipendenze del Ministro delle Finanze. Essa comprendeva: un Comando Generale, retto da un generale dell’Esercito, dodici legioni territoriali, una Legione Allievi e una Scuola Allievi Ufficiali.

Con Decreto Reale del 14 luglio 1907 fu esteso al Corpo l'uso delle stellette a cinque punte, quale segno distintivo dei corpi armati designati, in tempo di guerra, con propri reparti mobilitati alla difesa del Paese.

In tempo di pace il Corpo pur non avendo ancora lo stato giuridico militare, fu sottoposto alla giurisdizione militare e a un regime disciplinare in gran parte mutuato da quello vigente per l'Esercito, il cui regolamento di disciplina militare fu esteso con Legge del 12 luglio 1908.

L'integrazione tra le Forze Armate dello Stato, sebbene con compiti di concorso, si completa con la concessione della Bandiera di Guerra (R.D. 2 giugno 1911 e legge 24 dicembre 1914).

In tale veste, significativa è la partecipazione alle operazioni belliche dei due conflitti mondiali».

LA REGIA GUARDIA DI FINANZA NELLA I GUERRA MONDIALE

«Nel luglio del 1912 il Corpo di Stato Maggiore varò il “Progetto di ordinamento di Guerra della R. Guardia di Finanza”.

Tale piano prevedeva l’istituzione di quattro battaglioni “di frontiera” costituiti nei circoli alpestri con personale in servizio preparato ad affrontare le asperità in quota da impiegare nelle zone montane; quattordici battaglioni “costieri” composti con elementi provenienti da circoli interni o richiamati dai civili da impiegare lungo le coste; alcune compagnie autonome reclutate tra il personale dei distaccamenti di confine da aggregare ai reparti dell’esercito con compiti esplorativi e informativi, in tutto un organico di circa 12.000 uomini di cui 270 ufficiali.

La forza rimanente, integrata dai richiamati alle armi, circa 11.000 uomini, avrebbe dovuto assicurare l’esecuzione dei servizi d’istituto all’interno del paese e lungo le frontiere non coinvolte in operazioni belliche. Nel 1913 il progetto fu definitivamente approvato e pubblicato prevedendo anche l’impiego del naviglio minore in dotazione al Corpo.

In caso di guerra, così come già enunciato, i finanzieri mobilitati del ramo “terra” sarebbero stati posti alle dirette dipendenze del Regio Esercito mentre quelli del ramo “mare” –unitamente alle unità navali- sarebbero passati agli ordini della Regia Marina.

In previsione dell’entrata in guerra l’esercito, per incrementare gli organici con altre unità che consentissero la formazione di nuovi reparti, alla fine di novembre del 1914 chiese al Corpo di fornire con immediatezza gli organici stabiliti. Il Comando Generale aderì alla richiesta e i cinque Reggimenti, formati da quattordici battaglioni, furono posti alle dipendenze dei Comandi di Armata.

In seguito la dotazione fu integrata con altri quattro battaglioni e le diciotto unità furono così distribuite: sette sulla linea dell’Isonzo e undici nelle montagne del Trentino, Carnia e Cadore. È da evidenziare che solo cinque dei diciotto battaglioni mobilitati, disponevano di una sezione mitragliatrici.

C’è da dire che l’addestramento militare delle truppe e degli ufficiali della finanza non era ottimale e mostrava elementi di debolezza. I militari di truppa acquisivano le nozioni di base presso gli istituti d’istruzione solo nel breve periodo di frequenza dei corsi. Era più alto il livello di preparazione degli ufficiali inferiori formati presso l’Accademia militare di Caserta (1909/1914) i cui corsi di arte militare erano curati dal Maggiore Euclide Turba (palermitano, caduto nel novembre 1917 a Caporetto e decorato con medaglia d’oro al valor militare).

Gli ufficiali superiori, pur possedendo un’ottima cultura giuridico/professionale e una solida esperienza di comando, non avevano seguito percorsi formativi o esperienze concernenti la condotta di truppe in battaglia. I vertici dell’Esercito decisero, quindi di impiegare i reparti del corpo a livello di battaglione e compagnia frammentando così gli organici e impedendo i raccordi degli stessi con le grandi unità. E’ bene evidenziare che rispetto agli omologhi reparti dell’esercito il corpo era sprovvisto di salmerie, di equipaggiamenti di montagna e aveva pochissime sezioni mitragliatrici.

La costituzione dei battaglioni e la mobilitazione avvennero presso la maggiori città dell’Italia settentrionale (Torino, Genova, Milano, Bologna, Ancona e Verona) e dell’Italia meridionale (Roma, Napoli, Maddaloni, Bari, Reggio Calabria, Messina, Siracusa, Agrigento e Palermo).

Il 5 maggio del 1915, dopo una breve preparazione di circa venti giorni durante i quali si cercò d’inquadrare e istruire come meglio si potevano gli uomini dei vari reparti, cercando di creare affiatamento, coesione e compattezza propri delle unità combattenti. Cominciò quindi l’invio dei finanzieri verso i territori dove si sarebbero potuti aprire i vari fronti: Trentino, Carnia e Carso.

Completata l’operazione di trasferimento delle truppe verso i confini, il 22 maggio, il governo proclamò la mobilitazione generale e consegnò all’ambasciatore austriaco in Italia la dichiarazione di guerra.

Secondo la ricostruzione storica, all’imbrunire del giorno successivo, a Brazzano, sul torrente Judrio, i Finanzieri Costantino dell’Acqua e Pietro Carta spararono i primi colpi di fucile per mettere in fuga una pattuglia di austriaci che tentava di far saltare il ponte da loro vigilato. Questo episodio, di fatto, sancì per l’Italia l’inizio delle ostilità.

Il primo vero scontro con le forze nemiche fu sostenuto, sulla linea di confine, dai reparti delle Legioni di Milano e Venezia, ivi già dislocati.

I Battaglioni mobilitati del Corpo furono inviati in Val di Ledro, nella Carnia e presso il fronte del Basso Isonzo. Il primo reparto a ricevere il “battesimo del fuoco” fu il XVII Battaglione, impegnato nell’occupazione dell’abitato di “Ala”, in Val Lagarina. Pochi giorni dopo altri scontri seguirono sul Monte Croce Carnico, sul Pal Piccolo e sul Pal Grande. Proprio sul Pal Piccolo morì il Maggiore Giovanni Macchi (medaglia d’argento al valor militare), di Novara di Sicilia, durante un violento scontro con gli austriaci. 

Seguì il dispiegamento degli altri battaglioni lungo la linea difensiva e si succedettero scontri e battaglie, ripiegamenti e avanzate fino al sopraggiungere dell’inverno che segnò un periodo di stasi, caratterizzato da brevi conflitti locali, validi per la tenuta delle posizioni.

Una ben più dura battaglia attendeva ancora i nostri militari, il freddo dei mesi invernali trascorsi in trincee e camminamenti alle alte quote, la fame per mancanza di rifornimenti, l’inadeguatezza degli equipaggiamenti e le valanghe furono un nemico più temibile degli stessi austriaci e provocarono centinaia di morti.

La sopraffazione della 35ª divisione in Val d’Astico (maggio 1916) diede adito all’accusa, diretta a uno dei battaglioni della Regia guardia di finanza, di aver provocato lo sfondamento del fronte. Ciò determinò lo scioglimento di nove battaglioni mobilitati e l’ordine di impiegare i rimanenti reparti solo in compiti di polizia di sicurezza e militare. Chiarito l’operato del battaglione incriminato, nell’estate del 1917, l’ordine di smobilitazione fu revocato.

La guerra divenuta ormai “di posizione”, si protrasse così, con fasi alterne, fino all’ottobre del 1917, momento in cui l’esercito nemico con il fondamentale aiuto delle armate germaniche, sfondò il fronte del Medio Isonzo e costrinse l’Esercito Italiano e i battaglioni della Finanza a ripiegare per costituire una nuova linea di “fronte” (disfatta di Caporetto). Tra novembre e dicembre il VII, l’VIII ed il XX battaglione contribuirono a bloccare l’avanzata austriaca ed a salvare Venezia dall’occupazione.

È il giorno 21 giugno del 1918 quando il VII Battaglione, agli ordini del Maggiore Zaza, mostra per intero il proprio valore. Posizionato sulla sponda destra del Piave Vecchio (Sile), tra Molino Comello e Salsi nei pressi di Cavazuccherina, il reparto partecipa validamente, nonostante il tiro incessante delle artiglierie austriache, a un assalto rapidissimo che consente al contingente di costituire una “testa di ponte” sull’opposta riva del fiume. I Finanzieri occupano oltre un chilometro di trincee austriache catturando 136 prigionieri, due cannoni, mitragliatrici e altro materiale bellico. Ciò consente alle truppe che affiancavamo (fanti, bersaglieri e marinai) di intraprendere un’azione offensiva che, in seguito, porterà l’Italia verso la vittoria e la fine della guerra, che sarà ottenuta con la battaglia di Vittorio Veneto, combattuta tra il 24 ottobre e il 4 novembre 1918.

L’azione sul Piave Vecchio, fu premiata con la concessione al reparto di una medaglia di bronzo al valor militare, fatto raro tanto che, in seguito, si decise di far cadere il 21 giugno di ogni anno la data della festa del Corpo.

L’apporto della Guardia di finanza nel conflitto non può essere valutato esclusivamente per il contributo dato dai reparti impiegati al fronte, ma anche per l’opera svolta a favore dell’economia del paese.

In quel frangente, i reparti territoriali continuarono a svolgere comunque attività di contrasto preventivo e repressivo di fenomenologie criminali, quali il contrabbando, le frodi, il falso nummario etc... Lo scopo era di: reperire risorse, non perdere quelle proprie acquisite e indebolire quelle dell’avversario. Venne attuata, parallelamente, una guerra economica che si concretizzava con la vigilanza e il controllo: in materia valutaria, del commercio di materiali strategici, del razionamento di generi vari e del contingentamento per l’industria bellica. Si intervenne anche nella repressione degli indebiti arricchimenti (sovraprofitti di guerra) e dei crimini tributari. L’esperienza acquisita in quel periodo, prima limitata ai soli compiti di vigilanza doganale e daziaria, delineò l’importanza di creare, per far fronte agli specifici incombenti, uno speciale contingente denominato di polizia tributaria investigativa con un organico adeguato all’impiego in questi nuovi settori.

Quella finora rappresentata è la narrazione delle operazioni belliche condotte, quasi un piacevole racconto, ma dietro a questi eventi si nasconde una grande tragedia umana, la perdita di migliaia di vite umane e la menomazione, più o meno grave, di altrettanti soggetti.

Su quasi sei milioni di uomini mobilitati, i militari deceduti furono circa 650 mila, a questi sono da aggiungere altre centinaia di migliaia di feriti tra civili e militari.

Il contributo di vite umane versate dal Corpo nel conflitto è stato di 2.392 caduti, 2.600 feriti e 500 mutilati. I Finanzieri siciliani morti in Patria e nei territori d’oltremare si aggirano attorno alle 360 unità.

Agli appartenenti alla Guardia di finanza furono conferite 142 Medaglie d’argento, 273 di bronzo, 224 Croci di guerra al valor militare. Per finire 208 promozioni per merito di guerra e 25 medaglie al valor militare di stati alleati».

Note:

(1) Giuseppe Longo 2024, La Guardia di Finanza, da due secoli e mezzo al servizio del Paese, Giornale del Mediterraneo, 27 dicembre.

(2) Marco Severini, Storia della Guardia di Finanza in Italia 1774 - 2024.

(3) CURRICULUM VITAE DEL S.TEN. (c.a.) MICHELE NIGRO. Sottotenente in congedo della Guardia di Finanza, vive a Palermo, nel corso della carriera ha ricoperto incarichi operativi vari a Trieste, presso i locali Comandi della ex 13ª Legione e Regionale Sicilia.

Nel corso dell’anno 2019 è stato insignito del titolo di “Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana”.

Riveste, in atto, la carica di Sindaco della Sezione A.N.F.I. (Associazione Nazionale Finanzieri d’Italia) di Palermo ed è socio della Sezione ANMI cittadina.

Ha pubblicato, sul sito interno della Guardia di Finanza e sulle riviste del Corpo “Il Finanziere e Fiamme Gialle”, vari articoli sulla costituzione e sviluppo di alcuni reparti con sede a Palermo e sull’attività della Finanza, in particolare in Sicilia, nei vari periodi storici.

Sulla rivista dell’ANMI (Associazione Nazionale Marinai d’Italia) ha recentemente pubblicato la biografia di un marinaio, poi transitato nei ruoli della Regia guardia di finanza, e le peripezie da questi affrontate nel corso della II Guerra Mondiale.

È stato curatore e organizzatore di diverse mostre inerenti la Guardia di Finanza, tra le quali: “Le operazioni di soccorso della Guardia di Finanza nella Valle del Belice, gennaio 1968”;  “La caserma Cangialosi, 160 anni con la divisa e 64 in grigio verde”; “La Guardia di Finanza dall’Unità d’Italia alla Repubblica”;  “Evoluzione storica della Caserma Cangialosi dai primi del ‘900 ad oggi” ed altre di diverso carattere, quali: “La Sicilia dei Russi”, “L’anima dei Corpi”, “Il filo della memoria, dalla Grande Guerra alla Resistenza”, “1915/1918 -Isola delle Femmine non dimentica”,, “Mariannina Coffa Caruso 2.0 Resurrection” e “Pace e Sicurezza. Le missioni militari di pace italiane all’estero”.

Tra le pubblicazioni ricordiamo: “Sulle tracce dei russi in Sicilia. Cronache ed itinerari dei viaggiatori russi dal ‘700 al ‘900”, “La Sicilia dei Russi”, “La Resistenza e i Siciliani”.

Ha collaborato, quale consulente storico, con gli autori di alcuni libri tra i quali “Duecento anni di Fiamme Gialle all’ombra dell’Etna”, “1943 - Il martirio di un’Isola” e, per ultimo, “Le Fiamme Gialle nella Caserma M.O.V.M. Giuseppe Gangialosi”.

Ha curato i testi del volume “La mia vita, le mie battaglie” e “Un segugio a caccia di bionde” di Leonardo Gentile.

Ha pubblicato articoli, sempre a carattere storico-militare, su alcuni quotidiani locali e su giornali on line.

Possiede una significativa collezione fotografica e documentale sulla Guardia di Finanza e svariate foto su altri corpi armati italiani e stranieri riferibili al loro impiego nei due Conflitti Mondiali.

Dal Consolato Russo per la Sicilia e Calabria, ha ricevuto due diversi riconoscimenti; il primo per il contributo fornito al consolidamento dei legami del Sud Italia e la Russia ed il secondo per la consulenza storica sui rapporti e le relazioni intercorse nel tempo tra quel paese e la Sicilia.

Da parte dell’Associazione culturale “Suggestioni Mediterranee” ha ricevuto il premio “Siciliani di Pregio”.

Bibliografia e sitografia:

Olivo Domenico, L’azione della  Guardia di Finanza nella guerra 1915- 1918, Palermo, Gaetano Priulla editore, 1924.

Laria Sante, Le Fiamme Gialle d’Italia nei fasti di guerra e patriottismo italiano 1915 - 1930, Comando Generale della Regia Guardia di Finanza, Milano, Luigi Alfiere Editore, 1930.

Laria Sante, I fasti militari dei Finanzieri d’Italia  1800 - 1870, Comando Generale della Regia Guardia di Finanza, Milano-Roma, Luigi Alfiere Editore, 1937.

Laria Sante, Le Fiamme Gialle nella monarchia dei Savoia 1774 - 1821, Comando Generale della Regia Guardia di Finanza, Milano-Roma, Luigi Alfiere Editore, 1937.

Poveromo Michele, I nostri morti nella guerra 1940 - 1943,Udine, Arti grafiche friulane,1949.

Fioravanzo Giuseppe, Fiamme Gialle sul mare. Storia del naviglio della Guardia di Finanza durante il conflitto 1940 - 1945, Roma, Ufficio Storico della Marina Militare, Comando Generale della Guardia di Finanza, 1955.

Oliva Giuliano, I Corpi di Finanza del Regno delle due Sicilie, Museo storico della Guardia di Finanza, Roma 1986.

Meccariello Pierpaolo, La Guardia di Finanza nella Seconda Guerra Mondiale, Roma, Museo Storico della Guardia di Finanza, 1992.

Meccariello Pierpaolo, Finanza di mare, dalle scorridore ai pattugliatori, Roma, Editalia, 1994.

Autore anonimo, La Guardia di Finanza dalle origini ad oggi, Roma, Editalia SPA, 2003.

Palandri Luciano, La Guardia di Finanza in Albania, Roma, Ente Editoriale per il Corpo della Guardia di Finanza , Museo Storico della Guardia di Finanza, Comitato studi Storici, 2005.

Luciani Luciano - Severino Gerardo, Giovanni Macchi, L’eroe del Pal Piccolo (1871- 1915), Roma, Museo Storico della Guardia di Finanza, Comitato di Studi Storici, 2010.

Ales Stefano, Dalla Guardia Doganale alla Regia Guardia di Finanza, Roma, Ente Editoriale per il Corpo della Guardia di Finanza, 2011.

Ravaioli Marcello, La Guardia di Finanza nella Grande Guerra 1915- 1918, Roma, Ente Editoriale del Corpo, 2015.

Giuseppe Longo 2015, 241° anniversario della fondazione del Corpo della Guardia di Finanza, Cefalunews, 22 giugno.

Marco Severini, Storia della Guardia di Finanza in Italia 1774-2024, Millesettecentonovantasette Edizioni, 2024.

Pubblicazioni

Calendario storico della Guardia di Finanza anno 2024, edito dall’Ente Editoriale per il Corpo della Guardia di Finanza in Roma, testi di Paolo Mieli.

Foto di copertina:

Finanzieri della Legione truppe leggere nella battaglia di Authion contro i francesi del generale Massena 6 -12 giugno 1793.

Foto a corredo dell’articolo:

I finanzieri alle barricate durante le 5 giornate di Milano 18 23 giugno 1848.

Doganieri italiani e francesi al confine 1904.

Consegna della bandiera di guerra.

Ancona 1914, Duomo di San Ciriaco, foto di gruppo di finanzieri.

Dicembre 1915 cartolina postale del XVII Battaglione.

Distaccamento di confine.

I finanzieri passano a forza il Basso Piave 21 giugno 1918.

Roma, monumento ai caduti della Prima Guerra Mondiale.

Le cartoline illustrate, a corredo del testo, fanno parte della collezione privata dell'autore della ricerca storica.

Giuseppe Longo

www.gdmed.it

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